Lo stupore e l’umanità degli errori – intervista alla regista Francesca Mazzoleni: da Punta Sacra a Supersex

Lo stupore e l’umanità degli errori – intervista alla regista Francesca Mazzoleni: da Punta Sacra a Supersex

Camminiamo allo sbando in un mondo che sta quasi per toccare il fondo, sospesi nel tempo, in crisi da un’eternità.

Il testo e la musica di “Bravi Ragazzi”, di Miguel Bosé, accompagna un giovane Rocco Siffredi per le vie di una plumbea, scura Parigi. Il ragazzo ha appena lasciato, forse per sempre, la sua Ortona: la memoria e il senso di colpa accompagneranno il suo incedere. La sospensione e il tempo, in chiave sessuale, condizionano la narrazione di Supersex, la nuova serie Netflix, che continua il suo percorso virtuoso nel mondo della fruizione, conquistando anche una buona fetta del mercato internazionale. Questo grazie anche all’arte e allo sguardo della regista siciliana, romana d’azione, Francesca Mazzoleni, che ha firmato la regia di due episodi, dei sette totali,coordinandosi con la showrunner e scrittrice della serie  Francesca Manieri e con i registi Matteo Rovere, lead director e autore di tre episodi, e Francesco Carrozzini, autore di due episodi.

Consacratasi, a livello internazionale, con l’opera Punta Sacra, un documentario che segue la vita e il microcosmo di tre famiglie dell’Idroscalo di Ostia, e vincitrice di numerosi premi tra cui Miglior Film al Visions du Réel e Miglior Regista al Festival d’Annecy, la Mazzoleni, con Supersex, ha dimostrato il suo eclettismo e la capacità di esprimersi trasversalmente su differenti progetti narrativi. Da un approccio empirico, pasoliniano, dove la m.d.p. si fonde, senza giudizio ma solo come Testimonianza esistenziale, con i personaggi in quadro, di fatto in Punta Sacra, ecco che con Supersex il suo sguardo entra in dialettica con la verticalità e l’orizzontalità di un prodotto seriale, di un progetto narrativo strutturato e chiuso. L’ho incontrata per analizzare alcuni passaggi della serie e approfondire le sue metodologie di lavoro.

 

 

Negli episodi che hai diretto, “La carne” e “L’isola”, lo scorrere del tempo aggredisce e condiziona i personaggi. Quanto ti sei affidata alla scrittura e quali sono stati i momenti in cui ha governato soltanto la m.d.p.?

Riguardo al tempo c’è stata la bellezza di avere tra le mani due episodi così diversi sul terreno dei valori, visto che da un lato dovevo raccontare Rocco Tano, prima che diventasse Siffredi, e dall’altro il momento di massima crisi, quando il protagonista vuole provare ad amare: un conflitto puro. Ho utilizzato approcci diversi con Saul Nanni, che interpreta il personaggio di Rocco da giovane, e con Alessandro Borghi mediante un tema comune, lo stupore. Abbiamo due tappe della vita completamente diverse, l’adolescenza e la maturità, legate dal senso di ricerca profonda. L’idea formale della trasformazione che vediamo alla fine dell’episodio “La carne”, rifugge le regole del tempo narrativo: siamo lì nel club e assistiamo ad un registro simbolico, di fatto Rocco diventa uomo in un secondo. Nell’altro episodio il testo suggeriva, ad un livello embrionale, i rapporti tra personaggio e contesto e ciò mi ha dato la possibilità di lavorare sulle corrispondenze emotive, sulle continue convergenze tra il paesaggio, la natura e lo stato interiore del protagonista. Cinematograficamente parlando ho avuto modo di portare in quadro i lunghi silenzi e quei corpi minuscoli che sembrerebbero essere sovrastati dalla natura.

 Il mare è una costante nella tua poetica e anche qui, con un prodotto “organizzato”, sei riuscita a far emergere il tuo punto di vista. Quali “mari filmici” hanno condizionato in passato il tuo occhio?

Mi vengono in mente continui flash, non so se facciano parte totalmente del mio immaginario ma l’inconscio va accolto sempre. Il primo flash mi porta a Lars Von Trier e Le onde del destino; l’inquietudine del mare mi ha sempre affascinato. Un altro nucleo fondativo è la spiaggia di , che tra l’altro è dietro l’Idroscalo. Infine sono nata a Catania in una clinica davanti al mare, credo ci sia un inconscio biografico che mi segna.

Supersex è una ballata pop con il romance che spesso puntella la narrazione. A quale personaggio sei più legata?

Sicuramente il personaggio di Lucia interpretato da Jasmine Trinca: ho una forte passione verso di lei. Viviamo tempi in cui si cerca sempre, a volte forzando la mano, di raccontare un femminile edificante, che lotta, si emancipa e vince ai danni del maschio. Qui invece Lucia è in una gabbia e testimonia, con una dote di novità, i punti fragili di una donna che per amore, per sostenere l’innamorato, si emancipa ma lo fa fino ad un certo punto. Anche nel suo momento più difficile ha sempre una coscienza, una dignità che la rendono enorme. I dialoghi con Rocco, quando gli fa capire quanto abbiano in comune avendo vissuto, anche con violenza, una sessualità non canonica ma anche quanto siano diversi perché un uomo e una donna agli occhi del mondo vivranno sempre un pregiudizio di genere, la rendono un personaggio importante, mai retorico.

Abbiamo un cameo di Siffredi nel secondo episodio. Ci racconti quella giornata sul set?

È stata una giornata folle, come tante durante le riprese. Ci sono molte sequenze nella serie sopra le righe e noi abbiamo assecondato e vissuto questa follia. Per farla breve, volevamo inserire un cameo di Siffredi, non presente in sceneggiatura, ma essendo il personaggio molto ingombrante visivamente non potevamo scegliere un punto chiave della narrazione. Eccolo che viene a farci visita a Parigi durante le riprese al ristorante; in quel momento ci siamo confrontati e abbiamo detto: è questo il momento! Una scena totalmente improvvisata, leggera.

C’è un forte rimando a precise atmosfere cinematografiche nella serie.

Abbiamo lavorato in maniera molto istintiva: la Manieri per “L’Isola” aveva in mente, emotivamente parlando, Hiroshima mon amour; c’è molto Visconti con Rocco e i suoi fratelli, c’è Ultimo tango a Parigi e poi abbiamo le grandi reference tematiche, una su tutte Boogie Nights di Paul Thomas Anderson.

C’è più “Eros e Thanatos” o “Il ritorno a casa” di Ulisse nell’episodio “L’isola”?

C’è più il ritorno a casa di Ulisse. Eros e Thanatos è disseminato lungo tutta la serie, in particolar modo nel primo e sesto episodio: è il mito fondante. L’eros, fino ad un certo punto, è l’antidoto ai dolori del protagonista: pensiamo alla scena tanto discussa del cimitero. Il ritorno a casa invece produce quei tasti dolenti, gli inevitabili sacrifici e l’inizio del grande problema del protagonista: come coniugare l’istinto con l’affettività?

 Che libro stai leggendo in questo periodo?

Ho amato molto “Tasmania” di Paolo Giordano, libro che ho finito da poco. Anche lì, casualmente, c’è un’onestissima crisi di un personaggio maschile. Cito poi “La verità che ci riguarda” di Alice Urciuolo, che racconta di dipendenza affettiva. Parliamo di un giovane personaggio femminile all’interno di una dinamica che oscilla tra religione, una setta, e una relazione sentimentale. Tanti autori italiani!

 Come si può allenare, da cineasta, la curiosità?

La curiosità deve riconoscere le persone. Bisogna uscire dalla comfort zone e provare a sentire dei punti in comune con il prossimo. Ci sono momenti in cui la curiosità diventa sofferenza, capita a volte di non riuscire a trovare nel mio lavoro una chiave per riproporre qualcosa che ho visto o vissuto, l’impossibilità a tradurre in immagini qualcosa che possa servire al bene comune. È un lavoro dolente anche riuscire a raccontare gli sbagli, di fatto personaggi sbagliati. Attraversi un mondo con il tuo personaggio e vivi la sua sofferenza.

 Le nuove generazioni vivono un nuovo modello di cinema, senza il transito del Novecento. Quali sono i pro e i contro di questa condizione?

C’è una cosa che mi manda molto in crisi: perdere lo zeitgeist, quella connessione con lo spirito del tempo e con le nuove generazioni. Il “noi” e il “loro” mi preoccupa e cerco di evitarlo. Da un lato dovremmo allontanarci da cesure di memoria rispetto al passato. La mia grande paura è che i testimoni delle epoche passino via nel silenzio. Non voglio però pontificare e ti dico che credo molto nei giovani, li vedo aperti a nuovi sistemi culturali, con meno pregiudizi e ciò mi porta ad avere fiducia.

 Il cinema, la serialità e il documentario sono definitivamente, oggi, delle forme ibride?

Spero che lo diventino il più possibile. Quando una storia lo permette e abbiamo un autore illuminato ecco che i tre mondi si arricchiscono. Le categorie dei premi spesso creano dei confini con storie che si muovono al limite, non sappiamo se sono opere narrative, di finzione o un documentario. Questa fusione mi piace perché l’occhio abituato al documentario, nel mondo della finzione, è più attento alla veridicità delle cose e allo stesso tempo adoro il documentario che utilizza gli strumenti della narrazione per guidare lo spettatore. Cito Roberto Minervini a tal proposito, un mio grande riferimento, che si immerge nella realtà raccontandola con gli strumenti tipici del cinema. Riguardo alla serialità, da questo punto di vista, siamo solo agli inizi, c’è molto da sperimentare.

 In Supersex troviamo un emozionante incrocio di sguardi tra il protagonista e il padre fuori da un cinema a luci rosse. La sala cinematografica è ormai obsoleta?

È un tasto dolente. Io spero sempre di no e credo che la fruizione collettiva sia un riferimento socialmente fondamentale. Abbiamo passato un momento orribile e spero si trovino delle soluzioni per intercettare una voglia di cinema, di spazio cinematografico che c’è. Tutte le occasioni di incontro o di scambio con autori, nella sala cinematografica, stanno andando molto bene e questa orizzontalità, di fatto una riconfigurazione della sala, ha un valore significativo e fa ben sperare. Non smetterò mai di fare film per uno schermo grande.

 I tuoi prossimi progetti?

Sempre per non stancarmi e variare così i mondi da raccontare, ritorno al documentario d’osservazione al carcere femminile di Rebibbia, il più grande d’Europa. Avrò questa immersione molto intensiva nei prossimi mesi per far emergere storie di relazione, resistenza. Poi ho due film narrativi, un adattamento di un romanzo, e una storia legata a Berlino, altra mia grande passione.

 

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