Dogman: il continuo scavo della m.d.p. su Marcello

Dogman: il continuo scavo della m.d.p. su Marcello

Marcello è ormai stanco e forse determinato a “divorare”, nella sua testa e fisicamente, l’aguzzino di una vita. Lo capiamo in una sequenza di rara dolcezza, in un’inquadratura fissa di lui, sulla barca, in compagnia della piccola figlioletta. I due hanno appena finito di fare immersione e sono preda di un lungo abbraccio: lui ha lo sguardo rivolto allo spettatore, uno sguardo che pulsa angoscia mentre lei, raccolta nell’asciugamano, guarda verso il basso con il suo volto angelicato. Alle loro spalle il mare scorre via e noi spettatori troviamo il modo, tra registro attoriale e profondità di linguaggio, di seguire il destino di Marcello.

Un destino ispirato al delitto del Canaro, quando il pregiudicato Pietro De Negri seviziò, evirò e bruciò il corpo dell’ex pugile Gianfranco Ricci. Garrone ci presenta un microcosmo caratterizzato da un quartiere abbandonato nel nulla, in cui palazzi fatiscenti, viali e piazze in decomposizione, angoli carichi di sporcizia e volti che ci raccontano di un degrado culturale e umano diventano il palcoscenico, la messinscena di Marcello. Lui, con gli occhi grandi e il viso scavato, l’andatura goffa e la parlata impastata, tiene a sé, in questo mondo, tre figure determinanti: ci sono i cani, c’è Simone e c’è la figlia. I cani rappresentano il versante in cui Marcello è parte attiva, di fatto li cura, li sistema, li vizia e li ama. La macchina fissa, i p.p.p. sulle bestie che seguono la tragedia di Marcello aumentano e accompagnano i registri tensivi della narrazione. Poi c’è Simone, l’aguzzino, colui il quale, tra violenza e sniffate di cocaina, tedia e svilisce continuamente il protagonista. Quest’ultimo, prima del finale, crolla sin dall’incipit in una spirale di passività, tuttavia Garrone è bravo a mostrarci anche la malattia di un rapporto di dipendenza, in cui è lecito e giustificabile assistere a elementi di residuale sensibilità tra i due. Simone è Lucifero, un deuteragonista che, con costanza e velocità di manovra, entra in campo ciclicamente governando cause e conseguenze. Sarà lui a condurre Marcello in carcere, a inserirlo tra volti fiamminghi che ci riportano a Grünewald o Schongauer. Infine c’è la figlia, che porta la fotografia ad abbandonare i toni fangosi e grigi per consegnare “luce” alla narrazione. Anche qui però, seppur in chiave positiva, Marcello subisce la maturità della ragazzina, quasi stessimo assistendo ad una nuova “lotta” come in Ladri di biciclette tra Bruno e Antonio. La piccola interroga continuamente il padre, lo imbarazza e lo costringe anche a scavare nel suo quotidiano fatto di tragedia.

Marcello Fonte è una maschera straordinaria, che raggiunge un livello sublime nella sequenza allucinatoria finale, in cui Garrone sconvolge lo spettatore con una fissità della m.d.p. che diventa pugno nello stomaco. Una macchina da presa che si fa profondità di linguaggio e continuo scavo sul personaggio.

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