Arthur Fleck e il caos autolesionista

Arthur Fleck e il caos autolesionista

Mentre Gotham City e i suoi cittadini si mostrano nel loro brulicare anonimo, Arthur Fleck parte direttamente dalla sua nevrosi principale, da quella psicoanalisi che sta affrontando ormai da tempo e che sembrerebbe vacillare, perdersi come le tante sigarette fumate e buttate per strada. In realtà, prima del confronto con la psichiatra, lo vediamo oggetto di una violenza da parte di una baby gang, una violenza gratuita e, teoricamente, fine a stessa. Di fatto, volendo approcciare questo personaggio da un differente punto di vista, egli adotta una precisa strategia sin dalle prime sequenze e, con coerenza e personalità, arriva al finale riuscendo a soddisfare il suo obiettivo e le sue pulsioni.

In questa lettura potremmo far venir meno, sottovalutare, il peso determinante che la pellicola di Todd Phillips affida alle devianze socioeconomiche o socioculturali presenti in una Gotham City molto vicina, prossima al nostro contemporaneo, in cui si perde l’impasto estetico, simbolico tipico del brand Batman e si propone uno spazio diegetico con una nuova fisiologia. Tali devianze condizionano l’operato di Arthur, il suo essere un individuo costretto continuamente e rincorrere, recuperare un’identità che non riesce a completarsi. Detto questo, Arthur Fleck sembrerebbe seguire un comportamento autolesionistico utilitaristico, riesce infatti a raggiungere uno scopo, quel caos che servirà a dare un leggero sollievo alla sua psiche tormentata. Egli, nel suo iter esistenziale e criminale, si approccia regolarmente al modus operandi con metodi efficaci e mai banali, pensiamo alla scelta poetica e ipnotica di mostrarsi al giovane Bruce Wayne come un mago in cerca di stupore o alla compassione che suscita negli occhi e nel comportamento dell’operatore nell’ospedale psichiatrico. Egli potrebbe dunque avere coscienza di ciò che sta facendo e, sebbene conscio di fornire a se stesso e agli altri dolore e sofferenza, sa anche di raggiungere nel breve piccoli benefici immediati che tentano di liberarlo da una situazione psicologicamente insopportabile. Il suo comportamento inoltre condiziona non solo la sfera soggettiva ma anche la sua immagine pubblica che coincide in primo luogo con l’esposizione “violenta” operata da Murray Franklin e successivamente con l’ospitata al programma televisivo. Nel momento in cui Arthur scopre, o pensa di comprendere, veramente il suo passato ecco che la percezione che ha di sè stesso aumenta, da qui il ritrovarsi, come davanti a uno specchio, imperfetto, pieno di debolezze, pieno di rancori, pieno di rabbia da far esplodere, pieno di caos emotivo. Questa consapevolezza aumenta il suo disagio e l’unica soluzione diventa l’attività criminale, l’essere il cattivo per eccellenza disposto a sovvertire il sistema anche a costo di un maggior rischio in termini di costi fisici e sociali a lungo termine. Durante tutto il film questo personaggio avrà ben chiara la sua traiettoria narrativa, sfiderà se stesso mediante la violenza e cercherà in tutti i modi un sollievo emotivo, anche sapendo che il suo operato lo condurrà sicuramente in un ospedale psichiatrico e lontano definitivamente dalla società.

Il modello autolesionistico di questo Joker è dunque evidente, non fosse altro per l’enorme mole di grumo psicologico con cui viene raccontato il personaggio. Non abbiamo più la sfrontatezza fumettistica del personaggio interpretato da Jack Nicholson in Batman o la distruzione nichilista del personaggio interpretato da Heath Ledger in The Dark Knight; in questo caso c’è uno stile di comportamento, un modo di operare che ha la sua base nel principio di autodistruzione. Quest’ultima è finalizzata al raggiungimento di un registro identitario in cui non si vince mai viceversa si presenta un crollo, una frana autoinflitta e auspicata. L’idea, il concept del film ovviamente facilitano questa strategia sul personaggio, di fatto abbiamo la possibilità di concentrarci durante tutto il film su di lui e non abbiamo il dovere di prestare attenzione ad altre traiettorie narrative. Detto questo, tutti gli elementi tematici che appartengono al mondo autolesionista, dall’odio perpetuato all’amore non corrisposto, dalla fuga psicologica dagli scheletri del passato all’errore di giudizio, sono dominanti nella costruzione del personaggio interpretato da Joaquin Phoenix. In questa costruzione, inconsciamente, lo spettatore tende ad apprezzare ancor di più questo Joker proprio perché gli autolesionisti propongono una forte cifra narcisista, eccessiva, da qui l’attesa spasmodica che il soggetto umano diventi finalmente maschera, proponga di fatto il suo egotismo compresso che alimenta irrazionalità, delirio, appunto caos. Un caos autolesionista.

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